Inaugurazione anno giudiziario 2026
Corte di Appello di Lecce
31 gennaio 2026
Prendo la parola in rappresentanza degli avvocati penalisti del distretto (per essere stato delegato, stante la ristrettezza del tempo concessoci, dai colleghi Presidenti delle Camere Penali di Lecce e Taranto). E lo faccio nel ricordo di Pasquale Annicchiarico, avvocato ed amico che ci ha lasciato pochi mesi fa.
Consentitemi di fare una doverosa premessa: la tutela dei diritti della persona è per noi difensori priorità assoluta.
Alla magistratura è affidato il compito cruciale di applicare la legge, attività complessa che – come ci ricorda il Presidente Mattarella – richiede “maturità, profonda conoscenza delle fonti giuridiche, assoluta imparzialità nell’interpretazione”.
All’avvocatura spetta il delicato ruolo di interlocuzione con il giudice, di supporto e di stimolo nella ricerca della verità nel contraddittorio, sempre nel rigoroso rispetto dei protagonisti del processo.
Viviamo tempi difficili, nell’esacerbante clima della prossima contesa referendaria, in un confronto che ha abbandonato da tempo il piano tecnico e giuridico per spostarsi, purtroppo, su quello politico, assumendo toni e metodi che non si addicono alla pacatezza, all’equilibrio ed alla ponderazione di decisioni così significative per il futuro della giustizia nel nostro Paese.
Ma in questo consesso così autorevole, non possono passare in secondo piano in apertura del nuovo anno giudiziario i diritti di difesa dei più deboli, dei detenuti, degli immigrati, dei tossicodipendenti, delle persone affette da disturbi mentali.
La Costituzione è prima ancora che nell’ordinamento giudiziario, nell’equilibrio tra i poteri, nella definizione e distinzione tra organi di rilevanza costituzionale o di alta amministrazione, tutela dei diritti e delle libertà fondamentali.
Le condizioni delle carceri, anche nel nostro distretto, non hanno trovato alcun miglioramento nel corso dell’anno oramai concluso, nel tormento del sovraffollamento, dei suicidi e delle difficili condizioni detentive: il legislatore è apparso più occupato ad introdurre ulteriori fattispecie di reato, ricorrendo al panpenalismo tanto efficace nella ricerca di un facile e spicciolo consenso elettorale quanto fallimentare nell’adeguare il nostro ordinamento agli standard comunitari e, ancor più, alle continue e reiterate indicazioni ed ammonimenti della Corte di Strasburgo e del Consiglio d’Europa.
Soluzioni anche temporanee e non decisive, ma pur sempre necessarie ed inderogabili, come la liberazione anticipata speciale o l’indulto condizionato non hanno avuto alcun seguito, pur rappresentando oggi non solo un atto politicamente necessario ma un imperativo morale ed un obbligo costituzionale.
Immigrati, tossicodipendenti, persone affette da disturbi psichiatrici, affollano così le nostre case circondariali, nella impossibilità di accedere a risorse indisponibili e che li condanna ad una sola possibile soluzione: la protrazione della detenzione in condizioni spesso inumane e degradanti.
Sovraffollamento e suicidi in carcere (80 nel 2025, 4 nel nostro distretto) sono una piaga non degna di un paese che si ritenga civile.
“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, recita l’art. 27 comma 4° della nostra Carta fondamentale; viene data corretta applicazione a questo principio costituzionale nel quotidiano, dal momento genetico della pena sino alla sua estinzione, nella visione dinamica che ci ricorda la Corte Costituzionale (senza n°. 313 del 1990)?
Non può più rinviarsi una soluzione che restituisca dignità alle persone private della libertà personale, per come ricordato recentemente dai Presidenti dell’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, dall’Associazione Nazionale Magistrati e dall’Unione delle Camere Penali Italiane.
Una convergenza, almeno in questo ambito, che ha visto il Parlamento del tutto indifferente, incredibilmente muto e drammaticamente sordo.
Per chi è abituato a difendere diritti spesso negati, per chi quotidianamente vive la sofferenza dei propri assistiti, per chi si scontra ogni giorno con la tragedia del carcere quale vera moderna discarica sociale, l’inaugurazione dell’anno giudiziario è momento di protesta civile.
Nel tempo della discussione sul primato nella custodia della cultura della giurisdizione, gli avvocati sono – e continuano ad esserlo – autentico e vero presidio di legalità.
Ladislao Massari

